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e io me la sono persa.
perdìo.
:)

Invettiva agli ipocriti
Voglio affrontare un argomento che credo sia di un certo interesse, almeno lo è, per me. Mi sono spesso domandato quale potesse essere il significato della mia esistenza, e il contributo che avrei potuto dare a me, e ai radicali italiani. La risposta, è al tempo stesso semplice e complessa, così come, semplici e complessi, sono tutti i fatti della vita di una persona. Dopo questo lungo pippone, ho optato per un taglio conclusivo comico, in modo tale da non essere mandato a fare in culo, prima della fine, di questo mio, non breve, intervento.
In primo luogo, il significato della mia esistenza è quello di viverla, così come mi è consentito, punto e basta. Nella mia avventura radicale, la cosa più importante, che penso di essere riuscito a realizzare, è quella di aver fatto di una malattia, una occasione di rinascita, e di lotta politica. Di avere avuto la forza e il coraggio, di trasformare il mio privato in pubblico. Di avere ribadito che la persona malata è, innanzitutto persona, e come tale, ha diritto a vivere una esistenza piena, e libera, contro il senso comune e le ipocrisie quotidiane, che vorrebbero, invece, relegarci in una terra di nessuno.
Che cosa può succedere quando ci si ritrova su una sedia a rotelle e senza voce? Succede di tutto. Il silenzio si fa, però, parola, anche se, parola interiore.
Così, uscendo dall'albergo, per andare a piazza del Pantheon, mi si avvicina una signora, che, guardandomi le gambe, e non negli occhi, mi domanda se sono sordo. Non posso parlare, ma la mia voce interiore le dice, Brutta imbecille, se mi guardassi negli occhi, e non le gambe, non ti ci vorrebbe molto, a capire che ci sento benissimo, anche se non ho nessuna voglia di ascoltare le tue cazzate. Tornando in albergo, il portiere domanda a Maria Antonietta, se posso salire da solo i tre gradini, sui quali non è stata predisposta la pedana di accesso per i disabili. Ma, brutto testa di cazzo, replica la mia voce interiore, ti sembra che se potessi farlo, me ne starei seduto su una sedia a rotelle? A Milano, Vincenzo Silani, un neurologo squallido, che sta facendo di tutto, per opporsi al protocollo di studio, nel quale sono stato arruolato, incontrandomi un anno e mezzo fa, nonostante fossi il paziente più grave, mi ha ricevuto per ultimo, facendomi passare davanti, anche quei pazienti, che avevano un appuntamento successivo al mio. Una volta entrato, non sapendo ancora, chi fossi, mi ha messo nelle mani del suo assistente. Con aria scocciata mi ha poi, spiegato che non c'era niente da fare, che si trattava di una malattia incurabile, come se non lo sapessi già, e mi ha consigliato di tornarmene a casa, dal momento che, di lì a poco, non mi sarei nemmeno potuto più muovere. La mia voce interiore, gli ha risposto: grandissimo pezzo di merda, ho già sepolto uno dei medici che mi ha fatto la diagnosi infausta, e non è detto, che non riesca a sopravvivere anche a te, che con le tue parole false, stai distruggendo la speranza di migliaia di malati, che confidano nella ricerca sulle cellule staminali. La ragione per la quale, tu macellaio, ti opponi a questa sperimentazione è tremenda, non vuoi perdere le parcelle dei tuoi pazienti che, uno dopo l'altro, ti stanno abbandonando.
Ancora, questa volta a Roma, non direttamente a me, ma a Maria Antonietta, c'è qualcuno, che le chiede se posso o no, scopare. La mia voce interiore, risponde, nuovamente: la sclerosi laterale amiotrofica colpisce la muscolatura volontaria, e non le funzioni sessuali. Certo, non posso fare tutte le posizioni del Kamasutra, ma un po' me la cavo anche io, brutto imbecille! La scorsa settimana, mi sono recato in una sanitaria per ordinare la mia nuova sedia a rotelle, quella con il supporto per la testa. Lì, ho incontrato il marito di una malata di sclerosi laterale amiotrofica, che rivolgendosi, chiaramente, sempre a Maria Antonietta, mi ha detto: poverino, non è che al partito ti fanno strapazzare troppo? E quando sei stanco, come fai? La mia voce interiore gli ha risposto: primo, poverino un pezzo di cazzo! Secondo, sono io ad avere deciso di strapazzarmi , non gli altri per me. Terzo, siccome, sono sempre molto stanco, tanto vale dare un senso politico a questa stanchezza. Quarto, nonostante tua moglie sia malata come me, non hai capito minimamente, che tutto quello che sto facendo è anche per lei, e non solo per me. Ma va a fan culo! C'è però, una cosa, che non mi è stata mai detta direttamente: povero andicappato, sei stato strumentalizzato. Il motivo è semplice. La mia voce interiore avrebbe chiamato il mio avvocato, trasformandosi in un messaggio di posta elettronica, per far partire una denuncia per diffamazione. Si sa, il 99 per cento delle persone è senza coglioni, e quando si tratta di affrontarsi a viso aperto, gli occhi puntati negli occhi, non ce la fa proprio, e allora abbassa lo sguardo.

Dal Secolo XIX
Trent'anni di Radio Radicale: una voce (beffarda) dal Palazzo
di Vittorio Pezzuto
«Siete sintonizzati sugli 88.5 megahertz in FM e quella che state ascoltando è Radio Radicale di Roma». Così, nella tarda mattinata del 26 febbraio 1976, iniziavano le prime trasmissioni dell'emittente politica italiana più longeva e apprezzata. Nelle due stanze di viale Villa Pamphili (mentre nel palazzo di fronte Daniele Capezzone, bimbetto vispo di quattro anni, gioca buono buono nella sua cameretta) iniziano ad alternarsi al microfono sette militanti diretti da Pino Pietrolucci. Grande entusiasmo, mezzi di fortuna, struttura decentrata - fino al 1978 nelle sedi di Milano, Genova, Torino, Firenze e Napoli i militanti radicali decideranno autonomamente gran parte del palinsesto - eppure già nelle prime settimane si delinea con chiarezza la linea editoriale che resterà inalterata negli anni: notizie ventiquattro ore su ventiquattro, fili diretti con gli ascoltatoìi (senza filtri, una novità per l'epoca) e messa in onda dei maggiori appuntamenti politici e istituzionali del Paese. Pubblicità zero. La radio si mantiene con le sottoscrizioni private e grazie al finanziamento pubblico del partito: non potendolo rifiutare per legge, il Pr ha infatti deciso di "restituirlo" ai cittadini sotto forma di informazione. Per la prima volta il Palazzo irrompe così nelle case degli italiani, che presto imparano a conoscerne liturgie e protagonisti. Convinti sostenitori del motto einaudiano del "conoscere per deliberare", Marco Pannella e i dirigenti della Rosa nel Pugno vogliono infatti che il loro organo di partito non si riduca a semplice strumento di propaganda. Il genovese Paolo Vigevano, editore dell'emittente dal 1978 al 1999, sottolinea come «in tutti questi anni siamo stati l'unico servizio pubblico radiotelevisivo assicurato da un privato e riconosciuto per legge. Ricordo che il primo grosso impianto di trasmissione lo accendemmo il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro. Il momento non era casuale: volevamo garantirci spazi di libertà che non venisseri stritolati dalla morsa Rai-grande stampa, compatti sostenitori del compromesso storico». Il suo pensiero ritorna anche al gennaio 1981, quando la mobilitazione dell'emittente portò alla liberazione del giudice Giovanni D'Urso da parte delle Brigate Rosse: «Siamo stati lo strumento mediatico dell'unico grande successo di dialogo, senza trattativa, con il terrorismo». Il direttore di allora era Lino Jannuzzi, che oggi ricorda come «determinante in quella circostanza fu il drammatico appello alla Br fatto ai nostri microfoni da Leonardo Sciascia, nostro abituale interlocutore. Così come rivendico l'invenzione della rubrica "Stampa e Regime", la prima rassegna stampa mai realizzata in Italia, da me affidata a Marco Taradash». Nel 1986 Radio Radicale diventa anche "Radio parolaccia". Poiche si rischiava di chiudere per mancanza di fondi, vengono sospesi tutti i programmi e si decide di trasmettere senza censura i messaggi di solidarietà degli ascoltatori. Ben presto sulle segreterie telefoniche si rovesciano a migliaia scherzi deliranti, bestemmie, insulti tra tifosi di calcio, cori razzisti nord-sud... Diversi anni prima dell'esplosione del fenomeno leghista, l'Italia si scopre improvvisamente piena di rabbia contro se stessa e la sua classe dirigente. Il clamore è tale che per qualche giorno la magistratura romana dispone il sequestro degli impianti pei impedire la messa in onda di telefonate che possono configurare i reati di vilipendio delle istituzioni e di apologia del fascismo. A dispetto della sua inconfondibile colonna sonora (dal 1983 trasmette solo Requiem, in ricordo delle migliaia di morti per fame ogni giorno nel mondo), l'emittente festeggia in ottima salute il trentesimo compleanno. Il suo archivio sonoro, interamente digitalizzato, è ormai un giacimento culturale unico in Italia e probabilmente senza eguali al mondo: a fine gennaio contava 50047 interviste, 12.588 udienze dei più importanti processi, 14.448 dibattiti o presentazioni di libri, 5.685 assemblee, 4.776 comizi o manitestazioni ufficiali, 11.942 conferenze stampa e la voce di ben 124.536 oratori. Nella redazione romana di via Principe Amedeo il direttore Massimo Bordin non sembra dare un eccessivo rilievo a questo anniversario: l'urgenza del momento è semmai quella di assicurare vita e consenso elettorale alla nuova Rosa nel Pugno. Con la voce arrocchita dal fumo che da molti anni gli ascoltatori dì "Stampa e Regime" ben conoscono, preferisce guardare avanti e porsi obiettivi ancora più ambiziosi. «Da tempo la nostra radio si è evoluta nel web (www.radioradicale.it) e stiamo continuando a investire per garantire agli utenti una definizione sempre maggiore dell'audiovideo, perfezionando l'incrocio del mezzo radiofonico con quello televisivo. Da qui nasce il nostro recente accordo col canale satellitare Nessuno TV. Che non esclude affatto la nascita in futuro di una nostra emittente televisiva, beninteso con la stessa filosofia editoriale». Perché da quella mattina del 26 febbraio 1976 lo slogan continua a restare immutato: "Radio Radicale. La radio che parla e che ascolta. Dentro, ma fuori dal Palazzo".
quel 26 febbraio del 1976 non avevo ancora vent'anni.
cazzo!
:)

un po' di cazzeggio, ma anche di servizio pubblico.
chi usa (e quindi lava e stira...) le t-shirt (io ne ho una trentina, cazzo!) sa che gran rottura di coglioni e/o perdita di tempo sia piegarle.
certo, non sono camicie, quindi uno può essere anche un po' approssimativo, tuttavìa...
ecco, allora, che Internet viene in soccorso: c'è una tizia, da qualche parte in Asia, che ci insegna a piegare una t-shirt in pochi secondi.
non ci credevo, e ho voluto provare, approfittando della domenica (giorno, naturalmente, santificato ai lavori domestici!): funziona.
1, 2, 3 e, oplà!, qualche minuto strappato alla noia e all'alienazione.
via: Marco Porro.
:)
PS: consigliato anche a chi lavora nei negozi di abbigliamento...

non quello che guida la bicicletta, quell'altro.
l'On. Segretario Pecoraro Scanio sta per ricevere una formale diffida dal continuare ad usare quell'immagine (dato che non ha chiesto il permesso a nessuno).
:)

dunque, l'abbandono della Bonino del vertice dell'Unione non era proprio un' "espediente di visibilità", come è stato detto.
forse, aveva ragione il british Diliberto a parlare di rogna da grattare.
vediamo perchè.
dopo quell'episodio sono accadute alcune cose.
- il mondo dei discriminati (GLBT, in buona parte da sempre schierato a sinistra) si incazza e si mobilita contro un compromesso al ribasso che a loro no! proprio non gli sta bene. soprattutto se stipulato sulla loro pelle.
- tre persone di area DS (alle quali, fin'ora, nulla di inconfessabile era stato addebitato) decidono di continuare il loro impegno politico nella Rosa nel Pugno. Turci, De Giovanni e Buglio dànno, delle loro scelte, fondamentalmente una motivazione: i DS sono troppo prudenti sul tema della laicità dello Stato e dei diritti civili, troppo concentrati sull'accordo con la Margherita per occuparsene.
nessuna mini-scissione (come pure qualcuno dice), solo scelte personali.
- ieri, la RnP incontra Prodi e di comune accordo si mette nero su bianco che:
a) la RnP fa parte dell'Unione, ma dato che
b) non ha avuto la possibilità di partecipare alla stesura del Programma
c) firmerà quel Programma, ma mantenendo autonomìa sui propri temi specifici.
vergogna? non pare proprio. quando si vuol fare i notai, bisogna pure rispettare le regole e accettare gli allegati al rogito.
le reazioni non si fanno attendere e portano un unico segno: il catto-togliattismo.
Castagnetti evita l'ulcera solo mandando giù un paio di Maalox e la compagna-suora Livia Turco si agita a sproposito, dicendo, nel suo afflato, anche sciocchezze.
la Velina Rossa cita Togliatti: "pulci che albergano nella criniera di un cavallo di razza". bello.
allora, ecco che si comprende cosa intendesse davvero il compagno Diliberto (pur se inconsapevolmente, essendo egli abituato ad abbracciare Fidel Castro e i dirigenti di Hamas, in modo, come dire, un tantìno ideologico).
esiste, certo, una rogna.
ma non è la rogna radicale destinata ad essere grattata dai compagni socialisti.
esiste, piuttosto, una rogna radicale, socialista, laica e liberale, che qualcun'altro dovrà grattarsi.
e cioè tutti quelli che perseguono il vecchio progetto catto-comunista berlingueriano. che non hanno ancora capìto (nonostante le amare lezioni della storia, e gli schiaffoni presi) che i cattolici (come i musulmani, come gli ebrei) non sono una massa indistinta ed amorfa.
che la migliore risposta ai mullah imbroglioni e ai tiranni tribali, ai Calderoli, ai Pera, ai Ferrara, alla Fallaci e (da ieri lo sappiamo) anche a quella povera soubrette pseudo-intellettuale di rinquarto di Daniela Alberoni, e a tutte le loro guerre di civiltà è la laicità dello Stato.
di tutti gli Stati.
si capisce, allora, chi è che, davvero, dovrà grattare quella rogna.
tutti quelli che dicono di voler costruire un Partito Democratico (vecchio pallino di Marco Pannella) sperando, nel profondo del loro intimo, di riproporci, nel terzo millennio, un compromesso storico bonsai.
obsoleto, miope, tatticista e, purtroppo, anche molto pericoloso.
ad oggi, non è dato sapere se quella rogna, da piccola macchiolina che ancora è, diverrà piaga e chi (e come) deciderà se grattarla (facendola sanguinare) o curarla, con una energica iniezione di antibiotici.
lo decideranno, come è d'uso in democrazìa, gli elettori.
le premesse per la sintesi della medicina ci sono, e sono a disposizione di chiunque vorrà farsene produttore (oltrechè consumatore): i Cittadini, il loro impegno, il loro voto.
:)

in mattinata ha smesso di piovere, quasi prova ad uscire un po' di sole. non fa nemmeno freddo, ad Orvieto. quando arriviamo, riconosco i posti. il parcheggio, qualche vicolo, uno scorcio di balconi. concentrato su tutt'altro, non ci avevo pensato: sono già stato qui.
non molto tempo fa, ed era una bella giornata di sole, un po' calda. non mi sentivo tanto bene, ma questo non importava. non mi sarei mai, per nessun motivo, lasciato sfuggire quell'occasione così rara. ero contento, ma non felice: prudente, direi.
meglio: guardingo.
si sentiva la primavera, nell'aria. si vedeva addosso alla gente, nei loro occhi.
e noi camminavamo in mezzo a loro, come due amici (e cos'altro mai, noi due? perchè mai qualcosa d'altro? perchè?). il Corso, i vicoli, la libreria, l'aperitivo, la terrazza sulla Rupe, il ristorante chiuso e quell'altro, così chic da mettermi in imbarazzo.
sempre cercando di capìre, di indovinare, di sperare con poche speranze, illudendomi come al solito.
e oggi, se non fossi stato così preso dai miei pensieri, e avessi ricordato, forse non sarei tornato qui.
non oggi.
non dovrei andare ai funerali, lo so.
ho la mente instabile e il cuore molliccio, e mi commuovo con facilità.
di fronte alla morte mi trovo sempre indifeso, alla mercè di brutti ricordi, di grandi mancanze, di tutte le altre morti. ma stavolta è peggio.
perchè mentre risuonano le note dei requiem di Radio Radicale, mentre stringo le mani del padre di Luca, mentre ripenso a tutta la sua sofferenza e il suo coraggio, mentre guardo quella gente, mentre ascolto Cappato che piange, mentre scendono il buio e il freddo sulla Piazza del Popolo e poi mentre torniamo giù per il Corso e rivedo quelle vetrine e quei vicoli, capisco che non sono stato solo al funerale di Luca.
ho anche celebrato il funerale di quella giornata di primavera, con la gente allegra e l'ora dell'aperitivo e due amici che camminavano così, come un turista con la sua guida. e nient'altro.
perchè nient'altro potrà mai essere.
tutto sommato, con molta serenità.
Attendevamo da molto tempo che si facesse giorno, eravamo sfiancati dall’attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza. Grazie, per questo.
Josè Saramago a Luca Coscioni - 2001
non so, Anto.
non so quanto siano ipocriti e quanto sinceri. e, per dirla tutta, non me ne frega un cazzo.
quel che so è che oggi non ce la faccio a fare polemica, con nessuno.
so che oggi mi sento male, incazzato, frustrato, depresso, inutile.
mi sento una merda, ecco.
un piccolo, microscopico, stronzo perso nell'infinito, impotente, un insetto ribaltato sul dorso che agita inutilmente le zampette per raddrizzarsi. e ronza, ronza, ronza senza fine, senza scopo, senza nessuna speranza, senza venire a capo di niente.
dice, ma lo sai quante persone, quanti bambini, muoiono ogni minuto? certo, che lo so, e avete ragione.
ma io sono una persona, non una macchina, non un computer.
e Luca lo conoscevo, sapevo quanto soffrisse, sapevo quel che faceva, sapevo con quanto coraggio e quanta forza di volontà lo facesse.
e se dicessi che per me un altro essere umano è come Luca mi sentirei, oltre che uno stronzo, anche uno stronzo ipocrita.
è un momento così. passerà. tutto passa, prima o poi, questo l'ho imparato a mie spese.
ma oggi no.
oggi dovrei parlare con delle persone, fare delle cose, lavorare.
e invece vorrei solo ubriacarmi, farmi dieci canne, non pensare a niente e possibilmente dormire. per aspettare che passi 'a nuttata.
e svegliarmi in un altro Paese, in un altro mondo, dentro un altro io.
non abbiamo fatto in tempo, Anto, per lui e per tanti altri come lui. abbiamo sbagliato, siamo stati inadeguati, siamo stati inutili.
tutto quell' agitarsi, tutte quelle ore, quelle notti, quei chilometri, quelle parole, quello spiegare e spiegarsi, e per cosa? per niente.
niente di niente.
uno schifo di merda.
perdìo.

è la prima volta, in trent'anni, che sento piangere Marco Pannella.
per me no, purtroppo, non è la prima volta.
ciao, Luca.
mi piacerebbe tanto poterti dire arrivederci.
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Emma Bonino: dichiarazione di voto sulla direttiva riguardante la liberalizzazione dei servizi (Bolkestein)
Strasburgo, 16 febbraio 2006
“Ho votato NO al compromesso raggiunto sulla direttiva Bolkestein.
Ho votato NO per ragioni opposte a quelle di coloro che alla sinistra di questo emiciclo hanno mantenuto un NO ideologico, che in definitiva è un NO all’Europa.
La proposta della Commissione Prodi non era frutto di un’invenzione del Dottor Stranamore, ma del Trattato e degli orientamenti emersi da Lisbona.
Cos’è rimasto in piedi?
La libera circolazione non si applica ai servizi d’interesse generale e fuori uno. Idem per i servizi finanziari, ci mancherebbe. Non ai servizi giuridici, non a quelli medico-sanitari, né agli audiovisivi per carità, per quelli fiscali non se ne parla nemmeno, né alle professioni, dovessero offendersi notai e avvocati, e anche per il gioco d’azzardo la pallina della roulette deve essere nazionale. Infine, fuori anche i trasporti, anche se è rimasta, ed è forse simbolico, la liberalizzazione delle pompe funebri.
Quanto alla tanto vituperata clausola del paese d’origine, il testo ne fa fuori il principio e la forza innovatrice che, pure in condizioni diverse, si applica, nei fatti, a tanti altri settori economici.
Oggi vincono gli intereressi corporativi, vince la paura dell’idraulico polacco, vince l’ipocrisia di chi dice che tanto c’è sempre il lavoro nero degli immigrati. Chi perde è l’Europa.”