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mercoledì, 31 ottobre 2007
i farmacisti del Papa, i merciai di Malvino ed altre pinzillàcchere.




qui s'è detto più volte: il Papa dovrebbe fare il Papa, e smetterla di rompere i coglioni su ogni cosa.
ma il Papa è duro d'orecchi e continua indefesso.
ora se n'è uscito che i farmacattolici dovrebbero fare obiezione di coscienza sulle specialità abortive.

Malvino, col solito spirito laicistaccio si domanda: e perchè le cattomerciaie non dovrebbero farla sui ferri da calza?
e perchè esentare i cattoerbivendoli riguardo il prezzemolo?
Silvio Viale, meno laicistaccio e più pragmatico si rallegra: "Avrebbe potuto citare anche i preservativi, e buonanotte."

Poi però ti arriva il cattolicofurbo in servizio permanente effettivo (citato dal Direttore Bordin stamattina in rassegna stampa) e dice:
"L'obiezione di coscienza? Ohibò, ma l'ha inventata Pannella! Perchè gli antimilitaristi e gli antiproibizionisti sì e i farmacisti no?".

Eh, furbetto d'un cattolicofurbo...
Ti sei dimenticato che l'obiezione di coscienza dei radicali prevede anche l'autodenuncia, il conseguente arresto, i processi, le condanne.
Ora vediamo quanti farmacattolici saranno disposti ad obiettare e poi autodenunciarsi, farsi processare, prendersi una condanna, forse andare in galera.

Dammi retta, furbetto, diglielo tu, al Papa, che stavolta ha detto proprio una gran cazzata.

:)

Appiccicato da: p3t3rpan alle 16:53 | permalink | commenti |
politica, laicismo, radicali, attualità, ossignùr

verso il VI Congresso di Radicali Italiani: le questioni che ho posto (da semplice militante).


Grazie a RadioRadicale.it

:)

Appiccicato da: p3t3rpan alle 08:16 | permalink | commenti |
politica, radicali

venerdì, 26 ottobre 2007
altro che scooter!

Per girare a Roma avrei bisogno di questo:


Ecco. :)

Appiccicato da: p3t3rpan alle 11:01 | permalink | commenti (1) |
arredo urbano, il cazzeggiar mè dolce

per ridere un po' di noi.




:)

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politica, radicali, il cazzeggiar mè dolce

giovedì, 25 ottobre 2007
non c'è più religione: le signore dei Parioli difendono i vu' cumpra'.




Ambulanti abusivi, tensione in viale Parioli.

"Mentre gli agenti invitavano i commercianti abusivi a consegnare la merce, alcune passanti si sono messe in mezzo contestando l'operazione. <<Lasciateli stare, non fanno niente di così grave!>>, gridava una donna.
Altre, invece, hanno insultato i vigili."

Corriere della Sera - Roma - 25/10/2007


:)


Appiccicato da: p3t3rpan alle 21:47 | permalink | commenti |
attualità, arredo urbano, ossignùr

le leggi a cazzo del Governo Prodi/2.


Stiamo facendo ridere il mondo (se ce ne fosse ancora bisogno...):

"Assalto geriatrico ai bloggers italiani".

"Il Ministro dei blog".

:)

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politica, ossignùr

mercoledì, 24 ottobre 2007
le tre T, ovvero: la risposta dall'alto (e anticipata) al "Metodo antistronzi".




Da Richard Florida una provocazione libertaria per le imprese.
di Nerina Garofalo.


Richard Florida, docente di Teoria dello Sviluppo Economico alla Carnagie Mellon University di Pittsburg, ha introdotto da circa due anni un interessante paradigma di interpretazione dei nuovi possibili trend di sviluppo delle unità di produzione sul territorio e nel corpo delle organizzazioni sociali(1).

Secondo Florida, in un momento in cui per la sussistenza della produttività non sono sufficienti i capitali economici, ma piuttosto prevalgono le capacità di utilizzo e valorizzazione delle tecnologie e dei talenti, essendo il capitale umano (inteso come contenitore di idee e saperi) il vero elemento competitivo, si introduce, nel tessuto una nuova necessità: la tolleranza.

L'assunto di base da cui parte l'analisi di Richard Florida è che nei luoghi nei quali la creatività è più libera di esprimersi e alimentarsi, dove quindi le idee sapranno emergere e i talenti manifestarsi, lì lo sviluppo economico sopravviverà alla crisi, rendendo possibile una industria delle menti capace di "contaminare" e innovare.

E' una rete di menti ed emozioni, di interiorità e suggestioni, quella che sostituisce la catena di montaggio, sono i gruppi e le loro relazioni a rendere animate le fabbriche di servizi, sono le idee e le visioni a introdurre nuova linfa nei canali mediali trasformandoli in luoghi di servizio a valore aggiunto.

E' affascinante l'idea così introdotta che proprio gli spazi che ospitano divergenza e innovazione possano diventare attrattori di produttività, disegnando una geografia industriale che insegue i gruppi sociali meno convergenti.

Le città a più alto potenziale di comunicazione, le comunità con una inclinazione al cambiamento più forte, i nuovi modelli di convivenza, diventano, nel pensiero di Florida, i possibili musei del futuro, le cornici capaci di contenere un desiderio di cambiamento e quindi di esportare una pulsione verso l'innovazione e la creazione.

La lettura delle tre T, ci porta quindi a riflettere su ciascuna di esse in chiave nuova. Partiamo dalla T di Tecnologia. Il sistema delle reti, il potenziamento dei canali di trasmissione del multimediale, la delocalizzazione delle azioni, ci rendono sempre più esposti a messaggi, emozioni, azioni di comunicazione. In questo universo, la padronanza dei registri e dei codici introdotti dalle reti diventa la possibilità di trasformare un universo complesso e sovraeccitato in una fonte di sollecitazione che solo la nostra inclinazione al cambiamento potrà trasformare da caos in creazione.

Se in passato, le opportunità di essere esposti alle sollecitazioni culturali e di idee era patrimonio delle comunità migranti o geograficamente privilegiate, la rete introduce oggi una opportunità di democrazia nell'accesso alla comunicazione impensabile anche solo 10 anni fa.

Alla prima T di Tecnologia accostiamo adesso la T di Talento. Cos'è il talento in un'epoca in cui sono le idee a costituire il capitale da reinvestire? Il talento è il luogo in cui, per paradosso, il capitale può essere reinvestito solo se è in grado di trasformarsi e rigenerarsi. Il vantaggio competitivo di un'impresa e di un gruppo socio-economico è determinato dalla sua capacità di rinnovare le idee.

Poiché la creatività e il talento sono cosa diversa dalla competenza, occorrerà orientare le azioni a sostegno delle persone verso la divergenza, la capacità di innovare e trasformare, piuttosto che solo verso l'incremento del sapere.

Sarà quindi non solo sul versante della formazione che, ad esempio, le imprese potranno investire per valorizzare i propri talenti, ma anche sul versante della creazione di quelle condizioni sociali e organizzative capaci di far crescere la creatività. Ecco quindi proporsi insistente, il terzo principio, la terza T: la regola della Tolleranza.

Si tratta di immaginare imprese e realtà di lavoro capaci di accogliere la diversità, di aprirsi al cambiamento, di confrontarsi con l'imprevisto. Di lasciare i pensieri liberi di esprimersi, di produrre ma anche di abortire. Come in laboratori artistici, i gruppi di lavoro possono essere loft dalle pareti semilavorate, contenitori per inizi e espositori di opere in nuce, e i progetti diventano il luogo aperto al cambiamento nel quale la creatività esprime il suo portato di innovazione accolta e tutelata dei sistemi di pianificazione e gestione.

La terza T propone una modalità non verticale ma "memetica"(2) di intendere i luoghi dell'organizzazione, un nuovo modello di human resources management e di formazione. Un modello centrato sul riconoscimento della divergenza come agente di trasformazione e sulla definizione del talento come espressione di una propensione ad esporsi al cambiamento e alla commistione sociale.

Creatività ed arte sono due cose diverse. La terza T non è il Totem dell'irrazionale ma la tettoia sotto la quale le sollecitazioni possono trovare riparo e fare comunità, affinché dalle contaminazioni collettive e dal mutamento sociale tragga origine quella T di Talento che rende spendibili, nell'ottica della produzione, i risultati dell'epidemia di idee e sentimenti che solo un contesto socio-culturale capace di trasformazione può accogliere. Contaminazione fra aziende e territori, fra territori ed etnie diverse, fra gruppi sociali differenti e differenti missioni di profitto e di mercato.

In quest'ottica, allora, possono essere letti i modelli di gestione dello spazio e del tempo nelle organizzazioni, là dove possiamo imparare ad uscire dai modelli tayloristici del segmento di lavoro, ed entrare in una visione allargata dello spazio, dove gli open space e i desk top virtuali sono la visualizzazione concreta di una apertura dell'identità all'alterità e quindi l'origine del mutamento.

Dove la gestione del tempo tiene conto delle modalità di lavoro dei singoli e l'organizzazione diventa la risorsa al servizio del talento e della creatività, per consentire a ciascuno, in egual misura e con eguale autonomia, di lasciarsi toccare e cambiare dal sapere e dalla propensione creativa della comunità.

Si tratta di trasformare le aziende in incubatori, di ripensare la condivisione delle risorse nell'ottica del potenziamento della libertà dei singoli, libertà di crescere, aggiornarsi, sperimentare, proporre, creare.

La consulenza, la formazione, il management della conoscenza, l'analisi organizzativa, l'architettura per le organizzazioni, possono e devono rappresentare la concretizzazione di questo modello. Possono puntare a facilitare i processi di autonomia, autosviluppo, aggiornamento, selfmanagement, selfmarketing, condivisione e realizzazione.

Possono farlo lavorando sui gruppi, sulle infrastrutture, sui modelli e gli stili di lavoro e di relazione. Sulle dinamiche di comunicazione interna e sui brand. Facendo sì che l'impresa, riconoscendo la creatività e la divergenza come sue prime risorse, possa essere un museo del futuro(3) dalle pareti di vetro.


1 Francesco Ianneo, Memetica, Castelvecchi editore - 2005
2 R. Florida, L'Ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori, professioni - Mondadori, 2003
3 Il Logo Museo del Futuro denomina una struttura espositiva nata negli ultimi anni in Calabria, a Cosenza

:)

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economia, attualità, cutténpast

sabato, 20 ottobre 2007
le leggi a cazzo del Governo Prodi.



Lettera aperta al Ministro Emma Bonino (dal forum di RI).

Cara Emma,
in questi giorni abbiamo avuto notizia del disegno di legge Levi-Prodi, approvato dal Consiglio dei Ministri del 12 Ottobre scorso.
Questo disegno di legge prevede, in sintesi, la registrazione al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) di qualsiasi attività web, motivando il provvedimento con la necessità di estendere il reato di diffamazione a tutte le realtà presenti online, comprese quelle personali e non a fine di lucro.
Occorre ricordare che molti autori di blog, anche personali, si sono ritrovati in questi ultimi mesi vittima di processi per diffamazione, rendendo poco credibile la motivazione della suddetta legge.
Detto ciò, essendo la storia radicale piena di iniziative per la libertà in rete, per la sua diffusione, contro censure ed altri tentativi che nel corso degli ultimi anni hanno tentato di fermare l’avanzata della libera informazione in rete, perchè questo testo è passato in CDM senza il tuo voto contrario?
Ci saremmo aspettati, da te, Emma, un voto contrario, un pugno sul tavolo dinanzi a tale ritorno nel Medioevo, una presa di posizione netta e senza fraintendimenti.
Abbiamo invece dovuto constatare che ciò non è avvenuto, e non conoscendone le motivazioni, dopo un primo grido di dolore, abbiamo preferito chiederne a te la motivazione.
Ora la protesta in rete avanza, migliaia di siti ne parlano e tutti restano basiti leggendo il testo approvato e coloro che lo hanno votato.
Ora, dopo circa 2 giorni, non sono pervenute delle parole chiarificatrici, e confidiamo contrarie al provvedimento, da parte tua.
Pensiamo che a te, Emma, urga più di noi fare chiarezza, dare la motivazione del voto favorevole in CDM e del silenzio di questi giorni.

Da radicali, nonviolenti e per il partito online (che era) la mobilitazione contro questo provvedimento proseguirà finché il pericolo di un controllo delle opinioni in rete non verrà debellato.

Francesco D’Ambrosio
Roberto Mancuso (membro del Comitato nazionale di Radicali Italiani)

______
Se qualcuno volesse aderire è il benvenuto
_________________
Ciao, Francesco D'Ambrosio
www.fdambrosio.net


Qui si è già sottoscritto, ovviamente.

:)


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politica, radicali, ossignùr, cutténpast

giovedì, 11 ottobre 2007



Azouz Marzouk, parlando dei presunti autori della strage di Erba:

"Chiedo la pena di morte. So che in Italia non è prevista, ma in Tunisia a due così l'avrebbero data."
da: Corriere della Sera - 11/10/2007 - pag. 22

In Tunisia, forse.
Come darebbero due o tre anni di carcere a chi spaccia, come te (e senza indulto).
E allora perchè sei venuto in Italia?


:)

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rassegna stampa, attualità, ossignùr

martedì, 09 ottobre 2007
poi dice che uno ce l'ha col Governo.




Il mito della spesa
di Francesco Giavazzi

Il Partito democratico affronta oggi a Roma, a una settimana dalle primarie per la scelta del suo primo segretario, il tema della «cultura economica » del nuovo partito. Due a me sembrano le questioni centrali: le tasse e la concertazione come metodo di lavoro del governo. L'attuale maggioranza ha fatto dell'Elogio delle tasse il suo motto: «Le tasse sono una cosa bellissima », ha ripetuto ancora ieri il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Immagino lo pensi anche delle tasse che pagano le famiglie povere per consentire ai figli dei ricchi di frequentare gratis quell'università che ai loro figli spesso è preclusa. Anche l'aliquota del 30% che paga un lavoratore dipendente per consentire allo Stato di tassare solo al 12,5% i Bot detenuti da un ricco rentier. In due anni la maggioranza ha aumentato la pressione fiscale di due punti e mezzo, ma le spese delle amministrazioni pubbliche sono rimaste là dove Berlusconi le aveva lasciate: con questa legge finanziaria continueranno ad assorbire al netto di interessi e investimenti il 40% del reddito nazionale. Questa cifra non è né troppo alta né troppo bassa: in alcuni Paesi lo Stato spende di più, in altri di meno. Il problema è che la nostra spesa pubblica non aiuta i cittadini che più ne avrebbero bisogno. Non finanzia sussidi di disoccupazione generalizzati; non aiuta le famiglie con figli piccoli (certamente non tanto quanto esse sono aiutate in Paesi in cui lo Stato spende di meno, come in Gran Bretagna); non finanzia borse di studio; non fa quasi nulla per aiutare i poveri e le famiglie a rischio di povertà. Al 20% delle famiglie più povere va solo il 12% di tutto quello che spendiamo in welfare, contro il 34% in Gran Bretagna, il 25% in Svezia, il 20 in Germania e Francia. Un terzo dei fondi stanziati a luglio per aumentare le pensioni minime andranno a famiglie che appartengono alla metà più ricca del Paese: il 10% più povero riceverà le briciole, solo il 12%. Le imprese, pubbliche e private, ricevono, sotto forma di aiuti pubblici, 15 miliardi di euro l'anno: denaro che spesso non va agli imprenditori più meritevoli, ma a quelli più abili nel frequentare le cene romane e i corridoi ministeriali. Quando i nostri figli andranno in pensione, in Italia vi saranno sette anziani ogni dieci persone in età di lavoro. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età scolare). Ciononostante per consentire ai cinquantottenni di oggi di andare in pensione a Natale (e con il metodo retributivo), il governo spende 10 miliardi, prelevandoli con un aumento dei contributi a carico dei giovani precari. Non si tratta quindi, come propone Walter Veltroni, di costruire «un fisco più giusto». Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l'illusione illuminista che questa spesa possa essere «riqualificata », resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un'amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare.

da Corriere della Sera del 8 ottobre 2007, pag. 1




Appiccicato da: p3t3rpan alle 11:39 | permalink | commenti |
politica, economia, rassegna stampa