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domenica, 06 aprile 2008
avete perso l'orientamento?


la campagna elettorale è confusa, non vi aiuta a dirimere i vostri dubbi?
pensate che PD e PDL siano la stessa cosa?
vi pare che, tutto sommato, votare la Santanchè o Bertinotti sia più o meno uguale?

insomma: non ci state capendo un cazzo?

ecco: vi aiuta (un po'...)(*) Openpolis.





(*) "un po'" nel senso che io, ad esempio, risulterei molto vicino a PS, IDV e "Partito del Bene Comune" (sic!!). Mentre, invece, credo proprio che voterò PD...

:)

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politica, elezioni, attualità, utilities

mercoledì, 06 febbraio 2008
elezioni, elezioni!




sulle inevitabili e prossime elezioni, mi pare che Adriano Sofri sul Foglio di oggi dica cose che (comunque la si pensi) siano assolutamente condivisibili.


"Trovo assai istruttiva, quanto all’assurdità o peggio dei tempi, la polemica sul bando dei radicali da parte del Partito democratico.
Un po’ per lealtà, un po’ perché se ne aspettavano molto meno che gli altri commensali (con quella formula pannelliana, i Capaci di tutto contro i Buoni a nulla) i radicali sono stati i più fedeli partecipi della vicenda del governo Prodi, e i meno inclini agli ultimatum e ai calcoli di botteguccia. Emma Bonino si è guadagnata, come ogni volta che le venga affidato un incarico di fiducia - come il soldato Nemecsek, pronto a immergersi nella vasca dei pesci rossi, se la consegna è quella - l’apprezzamento di tutti gli osservatori in buona fede. Ai radicali si deve in misura decisiva il più prestigioso dei rari meriti di cui il governo può andar fiero, il voto all’Onu perla moratoria sulla pena di morte. Ai radicali è stato fatto il torto evidente - e come tale riconosciuto in pubblico da alcuni fra i più autorevoli giuristi, in privato da tutti - di sottrarre i seggi in Senato che la lettera della legge, cioè la legge, assegnava loro, capaci oltretutto di dare al governo quella infima maggioranza che ne avrebbe protratto l’esistenza.
In una esperienza governativa lungo la quale le cose buone sono state realizzate non grazie ma nonostante o contro la coalizione di governo, e la consumazione di una maggioranza si è bruciata fino alla mortificazione e al rigetto di un intero popolo, e l’opposizione è cresciuta come un pallone gonfiato senza prendere alcuna iniziativa degna di memoria, e anzi dando prove intestine di meschinità madornale e sbandierando dalla prima ora fantastici proclami di illegittimità del risultato elettorale, i radicali hanno fatto la loro parte costruttivamente facendosene un punto d’onore, come gli ultimi giapponesi di una guerra perduta. Nel corso di questa esperienza, e già alla sua vigilia, hanno ampiamente dissipato una rischiata confusione fra l’americanismo, che rivendicano, e il bushismo, e fra il liberismo, che rivendicano, e la legge della giungla. Vantando a ragione una estraneità ai vizi castali, e anzi una primogenitura nella denuncia della partitocrazia, si tengono alla larga dalla cresta d’onda demagogica. Hanno auspicato costantemente e vigorosamente indulto e amnistia, e non se ne sono pentiti ipocritamente quando piovevano pietre forcaiole. Hanno sostenuto, con l’esempio della vita e della morte di militanti e dirigenti politici che dalla loro solidarietà hanno tratto e soprattutto dato forza, da Luca Coscioni a Piergiorgio Welby, battaglie tra le più essenziali per una nobile idea della politica.
Quanto all’aborto, solo una confusione fra la dolorosa libertà di scelta personale delle donne e l’infamia delle demografie coercitive di stato può ricacciare su trincee opposte e accanite persone accomunate da un intimo amore per la vita. I radicali sono laici, ma questo non dovrebbe guastare in nessun partito, tanto meno nel Partito democratico. Qualcuno di loro sarà anche mangiapreti, ma i preti contemporanei hanno a loro volta appetito da vendere.
Insomma, la mia opinione è che l’idiosincrasia per i radicali sia una brutta malattia, che per giunta vede loro come ammalati dal cui contagio guardarsi, Ora, in un serio partito che voglia fare da sé, ed essere davvero aperto, l’unico veto accettabile è quello contro chiunque voglia imporre veti alla partecipazione altrui. I radicali non lo fanno. Questa almeno è la mia opinione."

:)

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politica, elezioni, rassegna stampa, radicali, attualità

martedì, 22 gennaio 2008
la Sapienza papale e l' eleganza del Cardinale.

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politica, laicismo, radicali, attualità

venerdì, 11 gennaio 2008
attenuanti.




la domanda è:
ma se a Luca Casarini sono state riconosciute le attenuanti perchè ha agito per motivi di particolare valore sociale e morale quando, nel 2003, bloccò i treni che trasportavano materiale bellico, agli incendiari di Pianura glie lo vogliamo dare almeno un David di Donatello?
non sarà mica un raccomandato, quello lì?

:)

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politica, attualità, raccomandati, ossignùr

mercoledì, 31 ottobre 2007
i farmacisti del Papa, i merciai di Malvino ed altre pinzillàcchere.




qui s'è detto più volte: il Papa dovrebbe fare il Papa, e smetterla di rompere i coglioni su ogni cosa.
ma il Papa è duro d'orecchi e continua indefesso.
ora se n'è uscito che i farmacattolici dovrebbero fare obiezione di coscienza sulle specialità abortive.

Malvino, col solito spirito laicistaccio si domanda: e perchè le cattomerciaie non dovrebbero farla sui ferri da calza?
e perchè esentare i cattoerbivendoli riguardo il prezzemolo?
Silvio Viale, meno laicistaccio e più pragmatico si rallegra: "Avrebbe potuto citare anche i preservativi, e buonanotte."

Poi però ti arriva il cattolicofurbo in servizio permanente effettivo (citato dal Direttore Bordin stamattina in rassegna stampa) e dice:
"L'obiezione di coscienza? Ohibò, ma l'ha inventata Pannella! Perchè gli antimilitaristi e gli antiproibizionisti sì e i farmacisti no?".

Eh, furbetto d'un cattolicofurbo...
Ti sei dimenticato che l'obiezione di coscienza dei radicali prevede anche l'autodenuncia, il conseguente arresto, i processi, le condanne.
Ora vediamo quanti farmacattolici saranno disposti ad obiettare e poi autodenunciarsi, farsi processare, prendersi una condanna, forse andare in galera.

Dammi retta, furbetto, diglielo tu, al Papa, che stavolta ha detto proprio una gran cazzata.

:)

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politica, laicismo, radicali, attualità, ossignùr

giovedì, 25 ottobre 2007
non c'è più religione: le signore dei Parioli difendono i vu' cumpra'.




Ambulanti abusivi, tensione in viale Parioli.

"Mentre gli agenti invitavano i commercianti abusivi a consegnare la merce, alcune passanti si sono messe in mezzo contestando l'operazione. <<Lasciateli stare, non fanno niente di così grave!>>, gridava una donna.
Altre, invece, hanno insultato i vigili."

Corriere della Sera - Roma - 25/10/2007


:)


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attualità, arredo urbano, ossignùr

mercoledì, 24 ottobre 2007
le tre T, ovvero: la risposta dall'alto (e anticipata) al "Metodo antistronzi".




Da Richard Florida una provocazione libertaria per le imprese.
di Nerina Garofalo.


Richard Florida, docente di Teoria dello Sviluppo Economico alla Carnagie Mellon University di Pittsburg, ha introdotto da circa due anni un interessante paradigma di interpretazione dei nuovi possibili trend di sviluppo delle unità di produzione sul territorio e nel corpo delle organizzazioni sociali(1).

Secondo Florida, in un momento in cui per la sussistenza della produttività non sono sufficienti i capitali economici, ma piuttosto prevalgono le capacità di utilizzo e valorizzazione delle tecnologie e dei talenti, essendo il capitale umano (inteso come contenitore di idee e saperi) il vero elemento competitivo, si introduce, nel tessuto una nuova necessità: la tolleranza.

L'assunto di base da cui parte l'analisi di Richard Florida è che nei luoghi nei quali la creatività è più libera di esprimersi e alimentarsi, dove quindi le idee sapranno emergere e i talenti manifestarsi, lì lo sviluppo economico sopravviverà alla crisi, rendendo possibile una industria delle menti capace di "contaminare" e innovare.

E' una rete di menti ed emozioni, di interiorità e suggestioni, quella che sostituisce la catena di montaggio, sono i gruppi e le loro relazioni a rendere animate le fabbriche di servizi, sono le idee e le visioni a introdurre nuova linfa nei canali mediali trasformandoli in luoghi di servizio a valore aggiunto.

E' affascinante l'idea così introdotta che proprio gli spazi che ospitano divergenza e innovazione possano diventare attrattori di produttività, disegnando una geografia industriale che insegue i gruppi sociali meno convergenti.

Le città a più alto potenziale di comunicazione, le comunità con una inclinazione al cambiamento più forte, i nuovi modelli di convivenza, diventano, nel pensiero di Florida, i possibili musei del futuro, le cornici capaci di contenere un desiderio di cambiamento e quindi di esportare una pulsione verso l'innovazione e la creazione.

La lettura delle tre T, ci porta quindi a riflettere su ciascuna di esse in chiave nuova. Partiamo dalla T di Tecnologia. Il sistema delle reti, il potenziamento dei canali di trasmissione del multimediale, la delocalizzazione delle azioni, ci rendono sempre più esposti a messaggi, emozioni, azioni di comunicazione. In questo universo, la padronanza dei registri e dei codici introdotti dalle reti diventa la possibilità di trasformare un universo complesso e sovraeccitato in una fonte di sollecitazione che solo la nostra inclinazione al cambiamento potrà trasformare da caos in creazione.

Se in passato, le opportunità di essere esposti alle sollecitazioni culturali e di idee era patrimonio delle comunità migranti o geograficamente privilegiate, la rete introduce oggi una opportunità di democrazia nell'accesso alla comunicazione impensabile anche solo 10 anni fa.

Alla prima T di Tecnologia accostiamo adesso la T di Talento. Cos'è il talento in un'epoca in cui sono le idee a costituire il capitale da reinvestire? Il talento è il luogo in cui, per paradosso, il capitale può essere reinvestito solo se è in grado di trasformarsi e rigenerarsi. Il vantaggio competitivo di un'impresa e di un gruppo socio-economico è determinato dalla sua capacità di rinnovare le idee.

Poiché la creatività e il talento sono cosa diversa dalla competenza, occorrerà orientare le azioni a sostegno delle persone verso la divergenza, la capacità di innovare e trasformare, piuttosto che solo verso l'incremento del sapere.

Sarà quindi non solo sul versante della formazione che, ad esempio, le imprese potranno investire per valorizzare i propri talenti, ma anche sul versante della creazione di quelle condizioni sociali e organizzative capaci di far crescere la creatività. Ecco quindi proporsi insistente, il terzo principio, la terza T: la regola della Tolleranza.

Si tratta di immaginare imprese e realtà di lavoro capaci di accogliere la diversità, di aprirsi al cambiamento, di confrontarsi con l'imprevisto. Di lasciare i pensieri liberi di esprimersi, di produrre ma anche di abortire. Come in laboratori artistici, i gruppi di lavoro possono essere loft dalle pareti semilavorate, contenitori per inizi e espositori di opere in nuce, e i progetti diventano il luogo aperto al cambiamento nel quale la creatività esprime il suo portato di innovazione accolta e tutelata dei sistemi di pianificazione e gestione.

La terza T propone una modalità non verticale ma "memetica"(2) di intendere i luoghi dell'organizzazione, un nuovo modello di human resources management e di formazione. Un modello centrato sul riconoscimento della divergenza come agente di trasformazione e sulla definizione del talento come espressione di una propensione ad esporsi al cambiamento e alla commistione sociale.

Creatività ed arte sono due cose diverse. La terza T non è il Totem dell'irrazionale ma la tettoia sotto la quale le sollecitazioni possono trovare riparo e fare comunità, affinché dalle contaminazioni collettive e dal mutamento sociale tragga origine quella T di Talento che rende spendibili, nell'ottica della produzione, i risultati dell'epidemia di idee e sentimenti che solo un contesto socio-culturale capace di trasformazione può accogliere. Contaminazione fra aziende e territori, fra territori ed etnie diverse, fra gruppi sociali differenti e differenti missioni di profitto e di mercato.

In quest'ottica, allora, possono essere letti i modelli di gestione dello spazio e del tempo nelle organizzazioni, là dove possiamo imparare ad uscire dai modelli tayloristici del segmento di lavoro, ed entrare in una visione allargata dello spazio, dove gli open space e i desk top virtuali sono la visualizzazione concreta di una apertura dell'identità all'alterità e quindi l'origine del mutamento.

Dove la gestione del tempo tiene conto delle modalità di lavoro dei singoli e l'organizzazione diventa la risorsa al servizio del talento e della creatività, per consentire a ciascuno, in egual misura e con eguale autonomia, di lasciarsi toccare e cambiare dal sapere e dalla propensione creativa della comunità.

Si tratta di trasformare le aziende in incubatori, di ripensare la condivisione delle risorse nell'ottica del potenziamento della libertà dei singoli, libertà di crescere, aggiornarsi, sperimentare, proporre, creare.

La consulenza, la formazione, il management della conoscenza, l'analisi organizzativa, l'architettura per le organizzazioni, possono e devono rappresentare la concretizzazione di questo modello. Possono puntare a facilitare i processi di autonomia, autosviluppo, aggiornamento, selfmanagement, selfmarketing, condivisione e realizzazione.

Possono farlo lavorando sui gruppi, sulle infrastrutture, sui modelli e gli stili di lavoro e di relazione. Sulle dinamiche di comunicazione interna e sui brand. Facendo sì che l'impresa, riconoscendo la creatività e la divergenza come sue prime risorse, possa essere un museo del futuro(3) dalle pareti di vetro.


1 Francesco Ianneo, Memetica, Castelvecchi editore - 2005
2 R. Florida, L'Ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori, professioni - Mondadori, 2003
3 Il Logo Museo del Futuro denomina una struttura espositiva nata negli ultimi anni in Calabria, a Cosenza

:)

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economia, attualità, cutténpast

giovedì, 11 ottobre 2007



Azouz Marzouk, parlando dei presunti autori della strage di Erba:

"Chiedo la pena di morte. So che in Italia non è prevista, ma in Tunisia a due così l'avrebbero data."
da: Corriere della Sera - 11/10/2007 - pag. 22

In Tunisia, forse.
Come darebbero due o tre anni di carcere a chi spaccia, come te (e senza indulto).
E allora perchè sei venuto in Italia?


:)

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rassegna stampa, attualità, ossignùr

lunedì, 01 ottobre 2007
Birmania.

Fotografo

















Prossimo Pulitzer?

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politica, internazionale, attualità

sabato, 29 settembre 2007
ma tutto questo Grillo non lo sa (o fa finta di non saperlo): altre Caste.



"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.


Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.


NOTE

Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco


Curzio Maltese
la Repubblica, 28/9/2007

Appiccicato da: p3t3rpan alle 23:07 | permalink | commenti |
politica, economia, rassegna stampa, laicismo, attualitÃ